sabato 11 gennaio 2014

Quindici volte ciao, Faber


Alle 02:30 dell’11 Gennaio 1999 il mondo piangeva la scomparsa del cantautore genovese Fabrizio De André.

La definizione è certamente riduttiva, visto che Faber – come gli amici lo chiamavano e continuano a chiamarlo – era ben più che un semplice uomo che scriveva ciò che cantava: era infatti anche poeta, scrittore, agricoltore, era stato impiegato, studente di giurisprudenza, forse anche un po’ filosofo, sicuramente molto pensatore.

Fabrizio De André nel 1982.
(su cortesia della Fondazione De André)
Effettivamente anche il termine "genovese" gli sta un po' stretto: pur avendo sempre nel cuore la sua amata Genova, la sua casa era anche Milano (più per lavoro che per altro) e la Gallura tutta, in particolare la sua tenuta de "L'Agnata", nei pressi di Tempio Pausania, ma anche Portobello di Gallura, dove spesso passava le vacanze, e la vicina Santa Teresa. Per non parlare poi delle sue influenze musicali e artistiche, che lo rendono un cittadino del mondo a pieno titolo.

Nato a Pegli (GE) il 18 Febbraio 1940, ha vissuto l’orrore della seconda guerra mondiale nelle Langhe astigiane, per poi tornare a Genova dove, dopo una travagliata esperienza scolastico-universitaria, capisce che il suo destino non può essere altro che in compagnia di una chitarra e della sua voce calda e accattivante.
Foto autografata di Fabrizio De André
(su cortesia della Fondazione De André)

I suoi testi però, non sono quelli che un ascoltatore si attende dal classico panorama musicale italiano del dopoguerra: lui canta di morte, di prostitute, dei reietti della società, dei drogati, degli assassini, dei suicidi e dei carcerati, della guerra, della solitudine e delle minoranze etniche e sociali. Ne canta in lingue dimenticate, come il genovese antico o il gallurese, a volte ispirandosi a chi già prima di lui aveva affrontato queste delicate tematiche, come George Brassens, Bob Dylan o Leonard Cohen, fino a Edgar Lee Masters e Alvaro Mutis.

La sua voce, la sua musica e le sue parole hanno incantato chi lo ha ascoltato, dentro e fuori l’Italia, prima che un tumore ai polmoni lo trascinasse via da un mondo al quale aveva da (e voleva) dare ancora tanto, e che ora gli rende eterna memoria attraverso il suono registrato delle sue molte produzioni, la profondità dei suoi testi e la voce di chi ha avuto l’immensa fortuna di averlo conosciuto; come disse Nicola Piovani: “De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano”.

“Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento, Dio di misericordia vedrai sarai contento”


[Per approfondimenti su Fabrizio de André mi permetto di suggerire la più che esauriente biografia scritta da Luigi Viva, “Non per un dio ma nemmeno per gioco”, mentre per un’analisi completa delle sue opere rimando con piacere alla mia personale “Bibbia deandreiana”, ovvero “Il Libro del mondo. Le storie dietro le canzoni di Fabrizio de André” e “Fabrizio de André.Canzoni nascoste, storie segrete” di Walter Pistarini]

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