Prodotto da John Cale,
Desertshore (1970), il terzo album da solista di Nico, è un classico del dark, del gotico e del rock sperimentale. Chiunque
voglia accostarsi a questi generi prima
o poi s’imbatterà nella potenza evocativa di tale opera.
Ogni pezzo ha la sua intensità ed simbolicità peculiari .
I
brani sono ricchi di immagini tetre e tappeti sonori altrettanto oscuri.
È stato detto molto
della glacialità di queste composizioni. A prestare maggiore attenzione si trova invece un cuore pulsante d’indisturbata
umanità dietro la patina cupa che le ricopre.
Il primo episodio è”
Janitor of Lunacy”, le note iniziali
sono scarne, ma è tutto un crescendo di
tensione emotiva e di solennità.
È questa la parola ricorrente, il concetto cardine, la
solennità appunto, come si conviene a quella che è stata soprannominata”
Sacerdotessa maledetta della musica” , oppure più comunemente “oscura femme
fatale”. La sensazione è quella di trovarsi dinnanzi a un castello disabitato,
ad una fortezza che troneggia nella foschia.
La seconda traccia “ The falconer” custodisce un cuore
melodico sorprendente eseguito al pianoforte
che spezza la declamazione, la nenia si fa quindi tragicamente sognante
per poi fare ritorno al suo alveo algido , il tutto esaltato dal tono epico.
Si prosegue con “ Le petit chevalier” , una sorta di
filastrocca recitata in francese da un bambino.
“Abschied” ha la forza granitica del monolite,
il violino e l’onnipresente organo provocano un effetto di vago straniamento
nell’ascoltatore, ormai intirizzito e avvolto da spire di vento nordico.
In” Afraid” il canto si tinge di dolcezza e
fragilità, si scioglie nella debolezza e nel candore umano.
Negli ultimi due brani Nico indossa di nuovo le consuete vesti mitiche di una mistica al cospetto dell’estrema solitudine.
La chiusura del disco è affidata a “ All that
is my own” nel cui corpo risuonano le parole “ Meet me on the desertshore”, un
sinistro invito a seguirla nella sua landa deserta, fatta di asperità e al
contempo di morbidezza.
VOTO: 9/10
VOTO: 9/10
