Le presentazioni nel caso di Antony and the Johnsons non
sono più molto necessarie. Dopo svariate
date italiane dei suoi spettacoli e la collaborazione con Franco Battiato nel
lavoro “ Del suo veloce volo” il pubblico nostrano deve essersi affezionato
a questo artista.
Ce ne fossero di abitudini altrettanto felici e dense di
significato!
Entrando nel particolare, l’apertura di questo disco ormai
cult del 2005 del talentuoso cantautore americano Antony Hegarty è affidata a
“Hope There’s Someone “ il capolavoro
dell’album , che si fa strada sinuosamente e ha proprietà altamente consolatorie.
È un perfetto ritrovato musicale da applicare sulle sconfitte avvilenti e sui
tagli inferti da agenti esterni.
La coda pianistica che chiude il sipario sul pezzo è di notevole effetto, le note si rincorrono veloci fino a
sprofondare in un coro lontano che sconfina nella sola voce distinta di Hegarty.
Si prosegue sulla stessa lunghezza d’onda con” My Lady Story”, una ballata dai toni delicati che si accende
di sentimento dolente ma che rappresenta, suo malgrado, il punto debole dell’opera.
“For Today I’m a Boy” è un inno alla diversità e alla
fluidità identitaria, all’autodeterminazione e alla creazione del proprio sé
prescindendo dalla dotazione naturale e da altri fattori accidentali.
Il viaggio musicale ha come tappe successive “Man is the Baby”, “You Are My Sister”, “ What Can I Do?”, la
prima è un distillato purissimo di poesia sulla rinascita del proprio essere,
sulla liberazione del proprio spirito più autentico facendo anche leva sulle
debolezze che affliggono l’animo umano.
L’altra traccia è un duetto con l’icona
anni 80’ Boy George, figura mitica nell’immaginario di Antony, l’appellativo “sister”
è un omaggio a tutta la scena cabarettistica notturna delle drag queen e il
mondo en travesti americano e internazionale.
“What Can I do?” è un momento musicale brevissimo ma
pregevole firmato da Rufus Wainwright, il quale riecheggia con
raffinatezza le atmosfere sofisticate degli Smiths.
La successiva “Fistful of Love” segna
l’incontro con la personalità di Lou Reed;
i due coltiveranno da questo momento
un rapporto di amicizia e stima.
In” Spiralling” troviamo come ospite un Devendra
Banhart alle prime armi, il canto è nostalgico e gravido di tutte le incertezze
umane, certamente non vocali, infatti la prova canora qui è una delle migliori e
anche l’ambiente sonoro creato, come se fosse grondante di drappeggi
e velluti senza cadere nella pacchianeria.
Il finale è preceduto da “ Free at Last”, un’invocazione a
Dio recitata su una base di piano e alfabeto Morse. L’ultimo episodio “Bird Guhl”
è il personale congedo colmo di grazia, in piena corrispondenza con quella che
l’artista ha soprannominato era della “bellezza fiorente” , un tempo in cui
l’innocenza del sentire si sposa con soluzione artistiche contraddistinte dalla
soavità ed eleganza del gesto.
