sabato 11 gennaio 2014

Recensione: Kaiser Chiefs - The Future is Medieval

Kaiser Chiefs. Ve li ricordate? Sono quelli di "Ruby", singolo tratto dal loro secondo album "Yours Truly, Angry Mob", del 2007.
Col loro stile solenne e molto carico, i ragazzi di Leeds hanno all'attivo due o tre album piuttosto interessanti, forse un po' monocorde, ma piacevoli. Così, quando nel 2011 ho scoperto che sarebbe uscito un nuovo album, dal titolo "The Future is Medieval", l'ho atteso con curiosità e un certo livello di aspettative.

Prima dell'ufficiale uscita dell'album, dal sito dei Kaiser Chiefs era possibile selezionare una decina tra venti (VENTI!!) tracce, in modo tale che ogni utente potesse creare il proprio personale futuro medievale. Una strategia di marketing ormai piuttosto comune e per certi versi discutibile...ma lasciamo stare. Alla fine una tracklist ufficiale c'è, e consta di un'accozzaglia insensata di tredici brani che spaziano dal brit pop all'elettronica, passando per ballate che richiamano i Beach Boys.
E' un album impegnativo e faticoso per le orecchie, che già alla quinta traccia sono distratte da qualsiasi rumore le circondi, anche quello di un tosaerba.
Spezzando una lancia a favore della band, è giusto dire che dall'album emerge una certa volontà di crescere, di evolversi ed affermarsi. Ricky Wilson e compagni ci mettono un grande impegno, ma come tutti sanno non sempre questo viene ripagato dal successo. E così, Child of the Jago è appesantita dall'assenza di un ritornello, la forte componente elettronica di Man on Mars non è pienamente convincente, il singolo Little Shocks richiama le basi indie tipiche della band ma l'elemento tecnologico è di intralcio all'ascolto. In questo caos, giusto due o tre brani cercano la salvezza, come Dead or in Serious Trouble, ma si tratta di piccoli momenti che di certo non possono salvare l'album da una scarsa valutazione.

Buoni i propositi, cattiva l'esecuzione. Nel complesso, l'album risulta molto impastato, pieno di spunti che sarebbero interessanti se venissero sviluppati in una maniera diversa, approfondita, volta alla qualità piuttosto che alla quantità. Se è da encomiare lo sforzo dei Kaiser Chiefs di uscire dal tracciato per esprimersi in forme diverse, senza riciclare sempre le stesse (seppur buone) formule, purtroppo in questo caso la scelta è ricaduta su una strada che, una volta giunta alla fine, lascia l'ascoltatore con l'amaro in bocca.


VOTO: 5/10


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