mercoledì 4 giugno 2014

Recensione: "Al monte" - Mannarino

A cura di Mariagrazia Carbotti

Se avete voglia di fare un giretto nell'aldilà metafisico, andate a comprare quest'album. La laurea in Filosofia di Alessandro Mannarino - romano, classe 1979 - gioca d'attacco in queste nove tracce.
Il terzo album è sempre un gradino importante, difficile, quasi quanto un monte da scalare. Il cantautore non lascia da parte il suo stile crudo e goliardico, solo lo imbriglia, lo ammorbidisce per dare ossigeno ad una scrittura più sussurrata e mistica, a spartiti d'accompagnamento brillanti e pizzicati, mai sopra le righe. I precedenti lavori, "Supersantos" e "Bar della rabbia", erano più immediati e colorati. Quest'ultimo è misterioso, oscuro, è una continua allegoria che divora l'ascoltatore e lo induce a riflettere, dopo aver assorbito il piacere dell'ascolto.  
"Al Monte", titletrack, è un racconto in versi circondato dalle note. Affronta il percorso di formazione di un amore tra due fili luminosi-poi pesci-serpenti-ed infine uomini, pieno di insidie, instabilità, scossoni e non per questo meno tenace. Ogni complicazione, anzi, spinge i due a rinnovare "la promessa di cominciare per davvero la vita". E' l'amore, sentimento dalla potenza universale, ad aprire un tunnel magico verso il monte, Eden in cui trovare pace e serenità. 



"Malamor", "Impero" e "Scendi giù" contengono rimasugli dello stile canzonatorio ed incisivo del passato del musicista romano. Ritmo contagioso e frasi d'effetto "Quello che m'ha detto una ragazza all'ospedale è che l'uomo si fa a bestia quando non riceve amore" oppure "Forse si scappa lontano da qua, forse si resta per lottare però intanto stanotte bevo un po'" sono le radici di questi racconti che si destreggiano amabilmente tra i neuroni ed i brividi, ad indicare che, per quanto ragionato, critico ed introspettivo, lo stile dell'artista romano è, innanzitutto, emozionale e vibrante. 


"Gli animali" è una delle tappe principali di questa palingenesi musicale. L'autore si fa portavoce dell'infinito ed invariabile binomio, a tratti storico ed a tratti naturale, che vede contrapposti vincitori e vinti, forti e deboli. Il cane, il mulo, il somaro, il serpente ed il coccodrillo hanno spoglie diverse dai bipedi pensanti ma stesso destino. Andando avanti nello scoprire questo concept album, prende forma una figura composta e decisamente più acustica, a cui i fans non faranno difficoltà ad affezionarsi, perché capace di sfornare splendide riflessioni come quelle contenute in "Le stelle". Un animo sensibile e disincantato avverte la solitudine dell'umanità, abbandonata sia da Dio che dagli alieni, che cerca imperterrita nei campi di grano e negli abissi oceanici il profumo delle stelle, senza riuscire né a rintracciarlo né ad arrendersi. 



L'interdipendenza narrativa dei nove brani è chiara. L'incedere di questa umanità oppressa ed opprimente, come si desume dall'ascolto del brano "Deija", si svela anche nell'elenco di divinità appartenenti ad una realtà lontana, un puzzle di credenze ed appigli fugaci. Tutto questo girotondo di illusioni naif e disperate non fa altro che irrigidire ed inebetire gli animi, esposti all'incedere irrefrenabile del destino e della carenza, sempre più effettiva, dell'arbitrarietà dell'istinto. Servono "muscoli per portare i sogni sulla schiena", si legge nel testo di "Gente". Lontano dagli artifici discografici, Mannarino opta per una risposta compassionevole alla realtà: un sonoro e cadente Ahi Ahi Ahi, che schiaffeggia le coscienze e rinvigorisce la voglia di salpare audacemente i mari futuri, siano essi quieti o in tempesta. 



Il monte è una condizione psicologica a cui mirare, un rifugio silenzioso e buio, un luogo catartico. La base lontana dalla quale l'autore, avveduto e consapevole, osserva l'umanità, “zoo comunale dello spazio”, e la narra cantando immagini, figure metaforiche e criptate. Come lui stesso ha rivelato, pesa sui brani la realtà attanagliante della crisi, che responsabilizza Mannarino, il quale passa il microfono dalla pancia al cervello, rendendo il lavoro più composto e certamente poco sereno. Le atmosfere , sono minimali e, per la maggior parte, acustiche e rallentate, così da focalizzare l'attenzione sulle parole. Questa raccolta appare, nel complesso, ristretta e poco variegata. Distante anni luce dal ragazzone di borgata a cui eravamo abituati, si viene catapultati in panorami pressoché apocalittici, nella pretesa, marcatamente profetica e ben scandita, di voler smascherare la miseria della condizione umana. I deus ex machina, quando contemplati, appaiono inquadrati rigidamente in un'eccessiva frustrazione che esagera l'accumulo di scottante insoddisfazione. La smania di raggiungere quella vetta si trasforma quasi in opprimente ansia da prestazione. La dietrologia dei testi, a volte mancanti di spontaneità, è illuminata dalla consapevolezza che, comunque, ogni momento, anche il più amaro e demoralizzante, è una gemma da raccogliere e portare dentro di sé, curare e far rivivere quando se ne sente la necessità. “Bisogna sapè distingue la luce delle stelle da quella delle lampare“ consiglia il nonno ad un Mannarino capziosamente ingenuo. E' questa la frase slogan dell'album. Raggiungere la vetta del monte vuol dire, innanzitutto, fare slalom tra gli ostacoli e cercare di rialzarsi dopo ogni caduta. 

VOTO: 6,50

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