A cura di Mariagrazia Carbotti
Pubblicato il 2 giugno, questa data, come il titolo e la copertina sono emblemi rapidi per comprendere il carisma del nuovo album de Lo Stato Sociale.
Una cornucopia ansiogena di luoghi comuni del nuovo millennio, un minestrone di status da social network con la pretesa di voler sintetizzare in qualche frase ed una manciata di suoni quello che è la realtà declinante del Bel Paese.
I testi, impertinenti e presuntuosi, sono un incastro di parole ed espressioni ad effetto, conditi da melodie pop che vantano velleità elettroniche, reggae, ska e dance. La linfa vitale del cd e del successo della band bolognese, giunta al secondo album, sono, però, le parole. Un' accozzaglia di invettive e di proteste verso un sistema che fa la parte della camicia di forza che tutto imprigiona, eccetto l' estro dei cinque. E' una scarica di adrenalina da dizionario, che, però, non lascia altro che tracce di amarezza ed inconsistenza in chi le ascolta oculato. Sono denunce che peccano di originalità, testimonianze trite e ritrite, forti e dirette sì, ma non innovative. Un climax di ritmi e messaggi eclatanti, strapazzati al punto da diventare non sense, sono alla base di "Senza macchine che vadano a fuoco", prima delle quattordici tracce. Un vortice di parole che si abbatte e frana sulle coscienze di chi si ferma ad ascoltare la band. Un pugno di parolacce, che non guastano mai, ed un cocktail di ripetizioni plasmano "Instant classic", inno dei selfie addicted, canzonati al punto giusto, assieme ad un altro paio di routinari, che hanno, ormai, annoiato. Il brano vede la collaborazione della voce femminile di Caterina Guzzanti.
Un po' più standard è "La musica non è una cosa seria". Anche questo brano è un elenco cantato e suonato, romantico ma non troppo, profondo ma non troppo. A questo scimmiottare la musica italiana pop, preferiamo "In due è amore in tre è una festa", che esprime chiaramente l'anima ribelle, ma sempre sensibile, dei cinque. Questo è ciò che ci si aspetta quando si ascolta un album di un giovane gruppo indie italiano. Ironia, rivolta, serietà, follia in 2:48 che sfiniscono i cuori, dopo aver ascoltato in Loop la canzone ed averci ballato su.
Il disco, sembra peccare però di pennellate di leggerezza ed approssimazione. E' come se i cinque, in questi due anni, si fossero equipaggiati per andare al mare in qualche isola del Pacifico, e poi si fossero accontentati di fare la loro vacanza in una pozzanghera, trovata, per caso, a pochi metri da casa. Provate a sottoporvi ad un ascolto attento di "Questo è un grande paese", che tra l'altro è un featuring con Er Piotta. Affrontatela con concentrazione, se ci riuscite. E non ci riuscirete, nonostante tutta la buona volontà e l'impegno. La sensazione che si ha è quella dei tormentoni da villaggi turistici, da sigla di gruppo di animazione. Gli slogan sono incisivi, perché specchiano quello che in realtà succede in Italia, ma ironizzati ed ingigantiti così tanto da farne un balletto da coreografia da spiaggia, per l'appunto.
Fa capolino, in ogni brano, l'indole da band impegnata, che si diverte, che organizza, ideologicamente, flash mob entusiasmanti per protestare e non i classici, monocromo e noiosi comizi in piazza. Sono lontani dai concerti dell'Unità a cui partecipavano, anni addietro. La folla li ama, la critica no ma riconosce il valore sociale delle loro bandiere. Un accenno di populismo da bar, una grandinata di trash da social network, una base musicale accattivante che incita al movimento, sono le colonne portanti delle loro canzoni. Vien da sé che piacciono ai più. Ci sono, però, alcuni brani, come "Il sulografo e la principessa ballerina" o "La rivoluzione non passerà in tv", anticamere verso una produzione più matura, consapevole, spaziosa. "La vita è pagare i debiti che fanno i ricchi ed aspettare pure il resto, il resto a calci in culo" è una palese dimostrazione che gli striscioni da stadio possono essere anche fatti con stile ed essere differenti dal resto della ossessionante marmaglia.
"Meditate gente, meditate" scriverebbero Cazzola, Guidetti, Guenzi, Draicchio e Roberto se fossero stati al mio posto. Come a scuola, il sei agevolato è sinonimo di fiducia, i cinque matureranno e si distingueranno sempre più meritatamente nel panorama nazionale, con un po' di applicazione e responsabilità in più sul groppone. Sempre che vogliano farlo.
VOTO: 6
